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lunedì 23 marzo 2015

Da Scorsese a Tarantino,dai Coen a Rodriguez,l'erosione del tabu' dell' omicidio \ from Scorsese to Tarantino,Coen to Rodriguez, the erosion of the murder taboo

Sono bastati pochi decenni perché fosse necessario aggiornare la nostra percezione di affollamento del pianeta: fino agli anni ’80 mancavano all’appello cinesi e sovietici, chiusi dalle cortine di ferro, ancora non ci travolgeva l’esuberanza economica degli asiatici del sud e dell’est; l’America latina era il cortile di casa statunitense e non imponeva un’immigrazione capace di assegnare ad interi quartieri lo spagnolo come lingua principale.
L’affollamento comporta competizione ma anche insofferenza e reazioni spesso violente; sono comportamenti e stati d’animo che colorano le cronache ma investono anche le arti popolari, dalla letteratura al cinema.
I western degli anni ’50-’60 assegnavano il ruolo di omicida al personaggio moralmente riprovevole, e se l’eroe della colt proprio doveva ammazzare qualcuno, era necessario che fosse un ipercattivo, che nell’arco del film doveva aver avuto occasione di disimpegnarsi in decine di azioni infami, di modo che la sua fine violenta fosse moralmente giustificata.

Dagli anni ’70, con Scorsese, abbiamo cominciato ad osservare la stranezza dell’omicidio, la forma bizzarra che assume questa soluzione estrema ai contrasti umani; senza compiacimento ancora, ma già con occhi asciutti, senza commozione: l’omicidio é una soluzione possibile, logica e razionale, anche se ancora pietosamente partecipata da parte dello spettatore: la conclusione violenta non é certo etica, ma comunque consequenziale alle vicende osservate.
E’ Tarantinoa mostrarci i risvolti buffi dell’omicidio e spesso la comicità delle cause stesse che hanno portato alla violenta dipartita: che l’omicidio sia accidentale, preterintenzionale o ferocemente perseguito, in ogni caso la risata non é repressa da intralci etici.
Ancora di più con i Coen, l’assassinio si confonde con l’accidente, al punto che sembra non possa avvenire per la sola volontà dell’omicida, ma solo se questo é aiutato da una casualità avvelenata e murphiana. L’affollamento patito non riguarda tanto la fisicità corporale, al punto che le ambientazioni spesso sono dilatate e disperse, ma piuttosto il tossico prodotto dei comportamenti umani. Tale sollecitazione suggerisce ad Ethan e Joel l’estinzione, magari accidentale ma lo stesso cruenta, degli stupidi o forse dell’umanità intera, se si assume che la stupidità sia condizione generale (vedi l’ecatombe di “Lady killer”).
Con Rodriguez l’omicidio é al parossismo, é l’effetto di una furia che esonda dai canali della ragione;  il nemico non é più il clan rivale, la tribù confinante, la gang del quartiere affianco; il nemico é chiunque, é l’uomo, a prescindere da etnie, religioni ed altre appartenenze. E’ un nemico semplicemente in quanto esiste. Muore semplicemente in quanto, esistendo, ci attraversa la strada. Va falciato dalle strade affollate come se ci aprissimo un sentiero nella vegetazione di una giungla, la stessa giungla da cui gli ominidi nostri antenati si sono messi in salvo per evitare di essere sterminati dall’iperaffollamento di carnivori.
I predatori dell’antichità non creano più condizioni di saturazione del territorio, non competono più da un pezzo con la nostra ferocia tecnologica, eppure l’eliminazione fisica torna ad essere percepita come metodo di sfoltimento, solo che questa volta è intra specie.

P.s.: naturalmente si tiene presente che da millenni tribù, popoli e nazioni si sterminano con guerre sanguinosissime. Quello che si è voluto sottolineare però é il cambiamento della percezione dell’omicidio: la guerra é scatenata da operatori economici o mestatori religiosi che di norma non partecipano ai bagni di sangue. Il reclutamento degli eserciti é solitamente coatto; gli avvenimenti sono nobilitati da letture commosse e lacrimose, da considerazioni sull’ineluttabilità delle pur dolorose vicende, dal caldo ricordo dei caduti, da valutazioni opportune sui crimini attribuiti al nemico, tanti e talmente turpi da giustificare il ricorso all’uccisione (come nei già citati western pre-spaghetti): costruzione artificiosa ma necessaria per aggirare il tabù dell’omicidio.
Nicola Lembo





It took a few decades, or why it was necessary to update our perception of crowding the planet until the 80 were missing Chinese and Soviets, closed by iron curtains, yet there overwhelmed economic exuberance of South Asians and dell ' est; Latin America was the backyard and the US did not impose immigration able to assign entire neighborhoods Spanish as the primary language.
Overcrowding leads to competition but also impatience and often violent reactions; are behaviors and moods that color the chronicles invest but also the popular arts, from literature to cinema.
The westerns of the 50s-60s assigned the role of the murderous character morally reprehensible, and if the hero of the colt just had to kill someone, it needed to be a ipercattivo, that within the film must have had occasion to disengage in dozens of infamous actions, so that his violent end was morally justified.

Since the '70s, with Scorsese, we began to observe the strangeness of the murder, the bizarre form that assumes this extreme solution to human conflicts; without complacency yet, but already with dry eyes, without emotion: the murder is a possible solution, logical and rational, although still pitifully owned by the viewer: the violent conclusion is certainly not ethical, but consequential to the events observed.
And 'Tarantinoa show the implications of the murder and often funny comedy of the same causes that led to the violent demise: that murder is accidental, unintentional or fiercely pursued, in any case, the laughter is not suppressed by ethical obstacles.
Even more with Coen, the murder is indistinguishable from the accident, to the point that it seems not to occur for the sole intention of the murderer, but only if this is helped by a poisoned randomness and murphiana. Crowding suffered not so much about the physical body, to the point that the environments are often dilated and dispersed, but rather the toxic product of human behavior. This stress suggests Ethan and Joel extinction, perhaps accidental but the same bloody, stupid, or maybe the whole of humanity, if we assume that stupidity is the general condition (see the carnage of "Lady Killer").
With Rodriguez's murder is the climax, is the effect of a fury that overflows from the channels of reason; the enemy is no longer the rival clan, the neighboring tribe, the gang's neighborhood next; the enemy is anyone, is the man, regardless of ethnic, religious and other affiliations. It 'an enemy simply because it exists. He died just as, existing, we cross the street. It should be mowed from the busy streets as if we open a path in the vegetation of a jungle, the same jungle from which our hominid ancestors were rescued to avoid being exterminated dall'iperaffollamento of carnivores.
Raiders of antiquity no longer create saturation conditions of the territory, no longer compete for a while with our technological ferocity, yet the physical elimination becomes perceived as a method of thinning, only this time it is intra species.

Ps: of course it is remembered that for millennia tribes, peoples and nations exterminate with the bloodiest wars. What we wanted to point out, however, is the change in the perception of the murder: the war is unleashed by economic operators or religious intriguers who normally do not participate in bloodbaths. The recruitment of hosts is usually compulsory; events are ennobled by readings touched and tearful, but by considerations about the inevitability of painful events, the warm memory of the fallen, as appropriate assessments on crimes attributed to the enemy, so many and so vile as to justify recourse to the killing (as in the above mentioned pre-spaghetti westerns): artificial set but needed to circumvent the taboo of murder.
Nicola Lembo

Farsi gli affari propri (de se implicanda in aliis rebus)

Distanza di cortesia: in farmacia, ad esempio, é segnata da una striscia gialla che garantisce una relativa riservatezza. A volte é oltrepassata per distrazione, senza che si ponga attenzione a ciò che si vede o si ascolta, altre volte é oltrepassata per “diritto di cronaca”:
- “Compà, quella medicina prendi? Hai il diabete allora! …No che non la prendo anche io, mica ho il diabete…la prende Franco, sai il meccanico di piazza Dante?”
Ma non sempre é l’avventore la persona indiscreta.

Ufficio postale; dietro lo sportello un vago conoscente che si scopre però appassionato radiocronista delle tue faccende:
- “Una raccomandata? Devi ritirare una raccomandata? Ah, ma é una multa!” E giù con un’enfasi da “clamoroso al Cibali”, ma con un volume di voce da Provenzali più che da Ciotti:
- “Ma ce ne devono essere altre, aspetta che le trovo!”
- “Ma lascia perdere, che quasi ti lascio questa; figurati se ne prendo altre…e per fortuna é una multa e non una citazione del tribunale!”
Ma il cronista in questione é un banale emulatore se confrontato con la campionessa di casa: me li ritrovo, marito e moglie, a casa dei miei, in una cena natalizia familiare, imbucati grazie all’amicizia con una mia sorella.
Una cena natalizia comporta grandi preparativi e grande confusione, soprattutto se mentre sei ancora affaccendato in cucina hai già tutti fra i piedi: fra sformati sfornati, teglie bollenti e taglie sulla testa di bambini che accorciano le distanze scivolando sotto il tavolo, la rigida castigatrice degli altrui costumi arriccia il naso nel valutare l’opportunità che mio figlio e mio nipote, freschi pargoli di 8 anni, assistano rapiti al teatrino del wrestling in tv.
- “Ah, IO ai MIEI figli non lascio vedere questi spettacoli diseducativi!”
Il taglio della bocca storto da un lato vorresti che fosse il segno di un ictus incipiente, di quelli con scappellamento a destra, che coinvolgono il centro del linguaggio e tante volte sono provvidenziali; invece esprime la severa disapprovazione dell’educatrice che ha semplificato le relazioni fra cose e persone in modo da non poter mai più sbagliare ed essere in grado anzi di indicare agli stolti la via della saggezza.

- “Lei disapprova il wrestling? Non saprei; a me pare che lo scopo propedeutico di questo spettacolo sia importante, oltre che evidente; due personaggi principali: uno buono, angelicamente buono, che sopporta colpi alle spalle, ingiustizie arbitrali e non desiste da un comportamento esemplarmente corretto.
L’altro è cattivo, ma cattivo proprio: colpisce alle spalle, si aiuta con le sedie che gli passa l’allenatore, cerca la collaborazione dell’arbitro o di altri lottatori a bordo ring. Sicuramente appende il gatto alle corde del bucato quando piove.
Il confronto morale é impietoso e le valutazioni obbligate: hai davanti la lealtà e la scorrettezza, quindi il bene ed il male, il buono da imitare ed il cattivo da esecrare, con un manicheismo che risulta stucchevole per adulti già rodati e quindi più possibilisti riguardo la sfera etica, ma che é appunto insegnamento fondamentale per i bambini che vengono così guidati nelle loro prime valutazioni morali”.

- “Quando eravamo piccoli NOI non avevamo certo il ‘rrlestiling’ ed anzi i più non avevano neanche la televisione…” (ma quanti ‘azz’ di anni hai…) “…eppure abbiamo imparato la differenza fra bene e male senza ricorrere ad esempi di comportamenti violenti che possono portare piuttosto ad emulazione…”

- “Già: ricordo «il cunto di Nannurk», il racconto di nonno orco, che amava raccontarmi mia nonna e mi pare di ricordare qualcosa anche di Cappuccetto rosso, o Hansel e Gretel: nonne divorate dai lupi, lupi squartati da cacciatori, streghe che cucinano bambini al forno per sgranocchiarseli allegramente; ho perciò l’impressione che in ogni epoca i bambini siano stati avidi di storie cruente e bisognosi di conoscere i solidi principi di giustizia e morale che serviranno proprio ad esecrare ed evitare prevaricazioni e violenze”.

Date pure ai bambini i loro mostri quotidiani ma, soprattutto, non impicciatevi in aliis rebus.

Nicola Lembo

HO IL DIRITTO DI LAVORARE! Un giallo operatorio

Aspetto, aspetto, aspetto…non é certo la prima volta che aspetto di entrare in sala operatoria, ma questa volta é diverso…stavolta ci sarò io steso sul lettino, in attesa di essere operato.
Avverto lo stesso un vago nervosismo anche se stavolta non è per la paura di sbagliare: stavolta la tensione che mi comprime il diaframma é molto più personale; cerco di distrarmi ascoltando il telegiornale gracchiato dal televisorino di fronte al letto:
“…nonostante il regime di protezione cui era affidato dopo la sua denuncia di un tentativo di estorsione, é stato GIUSTIZIATO da sicari mafiosi”…
Sarebbe a dire che la mafia, ammazzandolo, ha fatto giustizia.
Santo Iddio, almeno la lingua italiana per fare il giornalista….almeno se si suppone che per un giornalista iscritto all’albo la giustizia sia quella amministrata dallo stato in base alle proprie leggi.
Giornalisti…come quelli che si sono occupati della mia faccenda: “medico rifiuta cure dopo aborto con RU 486″.
Sono o no un obiettore? L’ho sempre dichiarato! Ed invece ho raccolto solo indignazione e sberleffi.
Cosa importa che si trattava solo di una visita di controllo… sarò sottoposto addirittura a procedimento disciplinare; come se non fosse mio diritto, per convinzioni religiose, rifiutare di partecipare ad una pratica abortiva.
Ho il diritto di lavorare, me lo garantisce la legge. Se lo rimangeranno, il provvedimento disciplinare.

Dieci minuti alle nove, arriva l’infermiera; é una puntualità che mi piace, é indice di serietà e già un po’ mi rassicura.
Con il medico che mi opererà ho avuto solo un breve incontro, ma lo sguardo sereno, la barba ben rasata, il camice pulito, sono elementi che nella mia esperienza hanno sempre accompagnato colleghi capaci e coscienziosi. Ma eccolo che mi accoglie nella sala.
- “Bene, dottor Prittini, avrò dunque il privilegio di operare un collega. A proposito della nostra comune professione, ho seguito la spiacevole vicenda di cui é stato vittima; vittima, ripeto, giacché condivido pienamente i suoi scrupoli morali e sono avvilito per le difficoltà che sta incontrando”.
- “La ringrazio, dottor Prattana, anche perché di solidarietà ne ho ricevuta ben poca; anch’io sono contento di conoscere un collega che antepone i propri principi morali e la militante fede religiosa al carrierismo ed alla parcella”.
- “Si, certo, va detto però che la possibilità di esercitare la professione nelle strutture pubbliche non ci viene negata; dispiace l’ipocrisia di certe censure, ma devo riconoscere che non ho trovato alcuna difficoltà a farmi assumere presso la ASL, nonostante il mio incrollabile rifiuto di rinunciare alla scelta di obiettare in base al mio credo religioso. E sì che di difficoltà se ne creano, lo devo ammettere, e lei lo sa bene: basta il caso di essere l’unico medico di turno in una circostanza sfortunata… come è successo a lei, infatti; ma la legge garantisce il diritto a veder rispettato il nostro credo religioso”.

Intanto l’infermiera mi avvicina la mascherina; riconosco l’odore familiare del desflurano che in qualche minuto indurrà l’anestesia generale; inalo profondamente, grato e rassicurato;
é un’operazione chirurgica piuttosto complessa, quella a cui verrò sottoposto; il rischio emorragico é piuttosto elevato… mi piacerebbe vedere già pronta la sacca di plasma da infusione…
Ho la voce già un po’ impastata per l’inerzia della lingua:
- “Dottor Prattana, mi perdoni perché so che non dovrei permettermi, ma con tutti i virus che si nascondono nel plasma…mi appello al suo scrupolo professionale ed alle sue qualità morali… i donatori, presso quest’ospedale…”
- “Ah, Dottor Prittini, é vero, pur avendo accennato alla mia qualità di obiettore, non ho specificato la mia fede religiosa: vede, aderisco pienamente e con convinzione al Movimento dei testimoni di Geova!”
- “Me ne compiaccio, dottor Prattana, anche se in un altro momento avrei da obiettare (obiettare, ah ah ah!) alla vostra negazione della Santa Trinità: confondere Gesù figlio di Dio con un qualsiasi arcangelo Michele… ma dicevo, per l’eventuale ma probabilissima trasfusione…”
- “Ma dottor Prittini, parlavamo appunto dell’inalienabile diritto a veder rispettati i nostri precetti religiosi! Non ci sarà nessuna trasfusione. Non ci potrà essere. Possibile che serva, non lo nego, ed ammetto che in genere mi astengo dalle operazioni a più elevato rischio emorragico (e qualche volta hanno dovuto sostituirmi in corsa) ma nel suo caso non ho affatto pensato a rinunciare all’operazione, nonostante il rischio, sicuro che proprio lei non avrebbe avuto motivo di obiettare! (Obiettare! Ah ah ah!)”.

L’impulso é di alzarmi dal tavolo operatorio ed aggrapparmi alle orecchie del collega perché mi ascolti bene, ma le gambe già non rispondono.
- “Dottor Prattana, lei sta parlando delle SUE dannate convinzioni religiose, che io non condivido affatto e che anzi trovo profondamente ridicole. Mandi subito a prendere le sacche col plasma, ne verifichi la compatibilità e si sbrighi, maledetto idiota, voglio vedere tutto pronto prima che l’anestesia mi stenda”.
- “Su, su, ancora pochi secondi, non si preoccupi, non terrò nella minima considerazione quello che dice, é solo la confusione causata dal desflurano: ne rideremo insieme, quando si sveglierà”
- “SE mi sveglierò, imbecille! Vorrei sapere chi è il decerebrato che consente ad un testimone di Geova, dico ad un selvaggio che crede che nel sangue vi sia l’anima (e Santo Iddio perdonalo, fulminalo prima ma perdonalo), di operare in un ospedale pubblico…”
- “Ho il diritto di lavorare, la legge me lo consente e ciò basta. E’ vero, non incontrerà molti chirurghi testimoni di Geova, hanno timore delle conseguenze legali, delle richieste di risarcimento… ma io no, io non defletto e credo che in nessun caso vadano represse le proprie convinzioni religiose. Ma non sia pessimista, é possibile che neanche serva, la trasfusione! E comunque, lei mi insegna, é tutto ad maiorem dei gloriam!”

Le lampade scialitiche attenuano la propria luce ma non perché questo pazzo criminale voglia rinunciare all’operazione; é la mia coscienza che se ne va ed é possibile che l’ultima immagine che il folle sciroccato mondo mi invia sia quella di questo criminale lustro e dalle guance porcine ben rasate che mi sorride impugnando già il bisturi.
Nicola Lembo

GATTO MUSHI LA FA AL POSTO GIUSTO!

Notte piena, sono ben riposato, é ora di muoversi, uscire, farsi vedere.
Finestra sul giardino: chiusa. Uscita dalla cucina: chiusa.
Piano di sotto, tre possibilità: chiuso, chiuso e…chiuso!
Strani umani…tutto devi insegnargli…a cominciare dal curare la ciotola dei croccantini.
Non che difettino di intelligenza, questo no…diciamo che in linea di massima tendono a stracatafottersene; però apprendono subito, se motivati. Quella della ciotola é una storia che riesce sempre a farmi fare la mia bella figura, quando la racconto!
A farla breve: ciotola vuota, stomaco vuoto. Descrizione rapida ma bastante, no?
‘Na tragedia, insomma…hai voglia a miao e ri-miao; sta lì in catalessi, steso sul MIO divano, con sulla faccia quei fogli enormi e rozzi che puoi ridurre in quanti pezzi vuoi…una dimostrazione relativa alla fisica dell’infinitamente piccolo con applicazioni molto interessanti; ma gli umani non apprezzano…non paiono molto ferrati nelle scienze, del resto: pensa a quanto sono vulnerabili alla forza di gravità, ad esempio.
Dunque, il problema é quello di riuscire ad attirare l’attenzione del sacco di farinacei, ed io non riesco ad imitare quella stupida ed ingannevole scatola luminosa. Uno dei ripiani che in cucina minacciano la sicurezza dei miei pasti è pieno zeppo di porta acqua: invenzione geniale, lo ammetto, sennonché l’umano li conserva… vuoti! Poi ogni tanto si incazza (suppongo), li pesta ben bene e li butta fuori.
Salgo sul ripiano, un deciso movimento rotatorio e giù, una cataratta di plastica si abbatte sul pavimento con un fragore che va oltre le mie migliori aspettative.
La reazione umana stavolta é immediata: grugnito, molle del divano, passi pesanti e svelti, infine due occhi sgranati si affacciano in cucina e puntano il tappeto di porta acqua che fa da corona alla mia ciotola, situata all’esatto centro geometrico della figura.
- “Ma che cazzo succede!!!”Detto proprio così, senza tono interrogativo, il che già mi dice che lo hai capito benissimo, cosa succede:
LA CIOTOLA DEI CROCCANTINI E’ VUOTA, CAZZO, COS’ALTRO DEVE SUCCEDERE?
Storie strane, queste di ciotole e piatti…
Certo le dispute col cane sono più divertenti…perché nell’umano l’intelligenza é innegabile, lo ammetto; nel cane, invece, non direi. Animali strani, senza libero arbitrio, hanno reazioni meccaniche che rispondono automaticamente agli stimoli emotivi, sempre uguali, sempre alla stessa maniera…macchinette, pupazzi a molla caricati a cazzate.
Oltre alle regolamentari ciotole da croccantini, poste in ambienti rigidamente separati, abbiamo questi due piattini di plastica vicino alla porta che dà in giardino, la mia a destra e la canina a sinistra, dedicati ai bocconi buoni, quelli che ci arrivano direttamente dalla tavola degli umani.
Bene, l’abbaioso ha pensato che, buttando via in giardino il MIO piatto, i bocconcini avrebbero potuto avere una sola destinazione: il SUO piatto, in quanto unico supporto valido superstite. In realtà ogni volta vengo fornito di un piatto nuovo, lindo e pulito, quindi mi va bene così, anzi apprezzo il puntuale servizio.

Ecco quindi che mette in pratica la sua strategia:
Prima mattina, entra in casa, acchiappa il MIO piatto e VIA, FUORI!
Seconda mattina, entra in casa, acchiappa il MIO piatto e VIA, FUORI!
Terza mattina, entra in casa…si ferma un attimo, piega la testa e lo vedo che pensa (poverino, riesco ad immaginarlo: “…dunque, cos’è questo?…piatto…huuuummm, cosa si fa con piatto? …SI BUTTA!”)
quindi riparte deciso, acchiappa il piatto e VIA, FUORI…il SUO piatto!
Tre ripetizioni dell’evento sono bastate a creare il circuito neuronale automatico: piatto = giardino.
Il quarto giorno? No, nessun quarto giorno, non l’ha più fatto; deve essersi così incasinato da averci rinunciato…

Ma io divago e qui la situazione nel frattempo é diventata seria: alle necessità esploratorie si aggiungeranno fra poco le conseguenze di un movimento intestinale che non promette niente di buono; miao e ri-miao ai piedi del letto, ma figurati se il catalettico si degna di mollare il piumone caldo per farmi uscire…
Solutio quaestionis necesse est! E la soluzione, non potendo uscire (e non potendo schiattare), passa necessariamente per un espletamento vergognoso e non seppellibile delle funzioni corporali; il punto adesso é: dove?
Vi aspetterete che mi cerchi un angolino nascosto, che la faccia con discrezione e speri poi che il malfatto venga scoperto il più tardi possibile: sicuramente é questa la vostra concezione di comportamento animale intelligente, sennonché il sottoscritto sopporterebbe il disagio alla stregua di ogni altro abitante della casa! No, farla bisogna farla, ma io parlavo di soluzione del problema, non di semplice svuotamento meccanico. Azione: salto agile sul letto, posizionamento in zona centrale del piumone e……là, fatto!
Adesso mi darete del matto e magari rivaluterete pure la codardia canina scambiandola per intelligenza; é da bestie intelligenti cagare (e dico ca-ga-re, nondimeno) sul piumone del letto dove dorme l’umano, e per giunta mentre questo dorme?
Certo, vi rispondo io, e se non ci arrivate siete, diciamo, un po’ meno intelligenti di me; io per conto mio confido nell’intelligenza dell’umano: deve svegliarsi e deve ritrovarsi sotto il naso tutto il problema, e vi assicuro che il problema é così grosso, e tanto immediatamente apprezzabile, che é come se portasse su il cartello: “Ehilà, frumentaceo, la notte devo uscire! Il motivo? Ce l’hai sotto il naso, il motivo!!”.
Perchè, tranquilli e sicuri,
GATTO MUSHI LA FA AL POSTO
Nicola Lembo

domenica 22 marzo 2015

L'ossessione di Cristoforo Colombo \ The obsession of Columbus

Una vicenda persa nelle pieghe della storia, che si direbbe senza influenza sul mondo contemporaneo: la guerra fra Genova e Venezia invece ha forse impresso all’intera civiltà umana un preciso indirizzo geopolitico e culturale formando un mondo che altrimenti sarebbe stato profondamente ed irreversibilmente diverso. Genova aveva le sue stazioni commerciali sulle coste dell’Asia Minore e sul mar Nero, era quindi  più ad oriente di Venezia, che monopolizzava L’Egeo e Creta nel Mediterraneo, ma aveva accesso alla costa siriana, retaggio delle crociate.

Le due repubbliche erano aggressivamente gelose del controllo commerciale delle loro postazioni, anche se dividevano le opportunità che offriva Costantinopoli. Con la perdita dei possedimenti cristiani in medio oriente (1291, caduta di San Giovanni D’Acri, esclusivo fondaco veneziano dalla data della battaglia del 1258, combattuta naturalmente contro gli stessi genovesi) divenne vitale per i veneziani sottrarre a Genova le sue felici posizioni sul mar Nero, ma la battaglia di Laiazzo (1294) vide una grave sconfitta veneziana.

La Serenissima non poteva però desistere dal cercare la sua nuova via ad oriente, più esclusiva di Costantinopoli, riarmò la flotta ma venne nuovamente sconfitta (battaglia di Curzola, 1298). Entrambi i contendenti avevano a soffrire danni per i commerci e rischiavano di indebolire le colonie orientali, a fronte di battaglie che non si rivelavano decisive: per questo accettarono la pace proposta da Marco Visconti, Signore di Milano (1299).

La pace durò un secolo, ma nel frattempo non si risolse in opportuni accordi commerciali, per cui la tensione bellica rimase viva anche durante il periodo di tregua. Finalmente, nel 1378, il conflitto si riaccese con la guerra di Chioggia, presa dai genovesi insieme ad altri territori della laguna; la reazione di Venezia le portò il successo e la riconquista di Chioggia, ottenuta anche grazie all’artiglieria, impiegata per la prima volta in Italia (naturalmente l’uso dei cannoni da assedio fece grande impressione e venne rapidamente imitato).

La sconfitta di Genova non avrebbe dovuto essere definitiva, come non lo erano state quelle precedenti di Venezia; invece Genova non si riprese più dalla disfatta, a causa soprattutto dei contrasti politici interni. Genova soffriva delle lotte per il potere fra le casate nobiliari dei Doria, Guarco, Spinola, Fieschi, Fregoso, Montaldo, Adorno, Grimaldi, per citare quelle che si spartirono il potere cittadino; inoltre queste famiglie erano ulteriormente divise fra fazioni guelfe e ghibelline. In definitiva, Genova abbandonava le rotte commerciali con l’oriente senza alcuna speranza di ripresa, viste le subentrate condizioni di soggezione prima nei confronti di Milano e poi della corona francese.

Cristoforo Colombo respirò fin dalla nascita, nel 1451, la frustrazione genovese per aver perso un impero commerciale e l’odio verso Venezia che, seppure combattendo contro gli Ottomani, dominava l’Adriatico, l’Egeo ed era ormai la più potente forza mercantile in oriente. Colombo si rammaricava perché, se solo  i destini di Genova fossero stati diversi, avrebbe potuto sognare gloria e ricchezza nei commerci con l’oriente: questi erano ormai preclusi a Genova, come a chiunque altro in occidente per cui, per “colpa” di Venezia, le sue attività marinare dovevano limitarsi alle barbariche coste britanniche.

L’uomo era di ambizioni notevoli, sorrette da un forte coraggio che rasentava l’incoscienza e da una tenacia che riuscì a forzare il corso della storia: si propose niente di meno che di creare le condizioni che portassero a nuove rotte commerciali con l’oriente, anche a costo di passare da…occidente! Ormai solo così Venezia poteva essere sconfitta, soppiantata e relegata in laguna: cosa che effettivamente Colombo riuscì ad ottenere, anche se solo grazie alla maggiore, anzi spaventosa redditività che le rotte oceaniche riuscirono ad assicurare rispetto al commercio orientale: è il momento in cui si sposta il centro di gravità politico ed economico del mondo.

Ecco quindi che la sconfitta patita da Genova contro i veneziani, vicenda che sembra buona solo per la celebrazione di gloriosi ricordi cittadini e regate storiche, risulta essere il momento in cui il mondo intero (grazie all’ossessione di un unico individuo!) riceve un indirizzo imprevisto ed irrevocabile. La grande tenacia di Colombo resiste a numerosi tentativi infruttuosi (l’incontro col duca Medina Sidonia, col duca di Medinaceli ed il susseguente primo incontro, negativo, con la regina Isabella di Castiglia, i tentativi presso i sovrani di Inghilterra e Francia, fino al secondo e decisivo incontro con la regina Isabella).

E’ in pratica un’ossessione, a cui Colombo dedica i sette anni trascorsi in Castiglia in attesa di ricevere i finanziamenti necessari, oltre agli anni di elaborazione del progetto, di studio (relativo) delle carte nautiche e finalmente di preparazione al viaggio; nessun’ostacolo pare fermarlo, neanche l’assoluta inadeguatezza delle informazioni disponibili: il suo viaggio durò 70 giorni, ma solo perché incocciò nell’imprevisto continente, perché in Catai non sarebbe mai arrivato visto che avrebbe dovuto percorrere una distanza tripla; avremmo avuto soltanto l’ennesimo visionario che sacrifica la vita al suo delirio.

Soffermiamoci quindi sulla portata enorme che la sconfitta di Genova contro Venezia ha avuto per il mondo futuro; appare chiaro che Colombo abbia raggiunto il nuovo continente per caso e senza avere assolutamente le conoscenze scientifiche e cartografiche necessarie: ha evidentemente forzato i tempi della storia, giacché nessuno in Europa era tecnicamente in grado di pianificare con raziocinio tale impresa. Il nuovo continente però in ogni caso avrebbe dovuto essere scoperto, ma non dagli spagnoli; Isabella di Castiglia si risolve a finanziare Colombo non per un particolare credito che riconoscesse al suo folle progetto ma per intercessione di Juan Perez, suo confessore personale, e del vescovo Alessandro Geraldini, altro confessore di Isabella, uomini che avevano il potere di influenzare le decisioni della regina con argomenti mistici più che scientifici o economici…

CHI avrebbe conquistato allora le ricchezze del mondo nuovo, chi avrebbe avuto la possibilità di popolare il nuovo continente a scapito degli indigeni, approfittando delle enormi ricchezze da lucrare, per raggiungere un indiscusso primato militare ed economico (e culturale, non va trascurato) sul mondo intero? L’Europa usciva da una gravissima crisi economica e culturale; dalla caduta dell’impero romano, negli ottocento anni successivi aveva conosciuto solo il regresso causato dal predominio militare delle nazioni nate dalle invasioni barbariche: niente più acquedotti né cloache, né bonifiche né biblioteche: l’intera cultura classica sembrava persa, almeno fino al ritiro degli Almohadi da Siviglia e dal resto dell’Andalusia (1248) e poi degli Omayyadi dal regno di Granada, ultimo territorio riconquistato dagli spagnoli (1491).

E’ proprio a queste date che occorre far risalire il primo germe di quello che sarà poi chiamato Rinascimento della cultura europea: le biblioteche arabe di Siviglia e Granada si rivelarono tesoro prezioso e meta imprescindibile per gli studiosi di tutta Europa; si rinvennero i classici della filosofia greca che si credevano perduti, così come gli studi di astronomia, matematica, geometria che racchiudevano il sapere degli antichi greci ma anche  i testi scientifici arabi, consistenti sia nelle scoperte dei musulmani che nelle loro traduzioni delle scienze orientali. Ecco allora un chiaro indizio di quali potessero essere i candidati più accreditati per la scoperta dell’…America? O piuttosto dell’Alhambria…

I navigatori arabi sembravano essere da tutti i punti di vista in vantaggio: in possesso di cognizioni astronomiche, matematiche, geometriche, cartografiche e di un sapere che solo in quegli anni gli eruditi di Europa andavano riscoprendo (e ne sarebbe passato di tempo prima che tali cognizioni entrassero nella cultura “collettiva” e nelle corti europee); ma su tutto è rilevante il vantaggio degli arabi proprio nelle esplorazioni geografiche: i mercanti europei percorrevano più volentieri i tragitti di terra, sulle orme di Marco Polo, o si accontentavano di ricevere le merci nelle loro stazioni costiere sul mar Nero o sulla costa siriana; negli stessi anni i navigatori arabi facevano fondamentali esperienze nell’oceano indiano: esemplare la storia diAhmad ibn Majid ibn Muhammad al-Saʿdi al-Jaddi al-Najdi,in arabo: احمد بن ماجـد محمد السعدي الجدي

Nato nello Yemen intorno al 1420, navigò attraverso l’oceano Indiano (Ceylon, Sumatra, Madagascar); era un valente astronomo e ci sono pervenute le sue descrizioni di diversi strumenti di navigazione, come la bussola magnetica, inventata dai cinesi e portata in Europa appunto dagli arabi e dagli amalfitani, ma soprattutto fu un componente fondamentale della spedizione di Vasco De Gama in India (1492), cosa naturalmente misconosciuta in occidente (ne andava l’orgoglio nazionalista della scoperta; a bordo lo conoscevano come Malemo Canaqua, dal termine arabo “kanaka” che indica l’astrologia marittima, e questo ci informa sull’importanza a bordo di Ahmad ibn Majid).

Egli intendeva aiutare volta per volta la spedizione, senza rivelare in toto le sue conoscenze: fra l’altro, avrebbe evitato il naufragio avvertendo Vasco de Gama di forti correnti marine in prossimità della costa indiana. I marinai invece sarebbero riusciti a fargli rivelare le sue conoscenze della regione “incoraggiandolo” con l’uso di alcool.

Stabilito che gli arabi erano in possesso di informazioni migliori riguardo all’arte del navigare, dell’osservare le stelle e del tracciare mappe, si ricava che fu solo l’ossessione di Colombo, che ci é piaciuto immaginare come dettata da odio e sentimento di rivalsa nei confronti di Venezia, che ha consentito nelle successive spedizioni ai navigatori di Spagna e Portogallo di attraversare l’oceano Atlantico con le conoscenze necessarie su tempi e modalità di navigazione. Altrimenti? Facile immaginare che i destinati a scoprire le …”Americhe”, ma chissà come si sarebbero chiamate, sarebbero stati gli Arabi. Meglio? Peggio?

Non ha molto senso discuterne: oggi potremmo avere una democrazia musulmana in una capitale equivalente a Washington ed un’enclave integralista cristiana assediata sulle alture attorno a Tubinga… ed in ogni caso mancherebbe qualunque controprova, ma non vi è dubbio che sarebbe stato un mondo molto diverso.

Ah, in tutto questo, comunque, la scoperta dell’America segnò la fine della potenza commerciale di Venezia; il Mediterraneo dopo essere stato per 2000 anni il centro della civiltà diventava un lago da commerci interni, a fronte dell’immensità degli oceani: la vendetta di Colombo era compiuta!
Nicola Lembo


A story lost in the folds of history, who would say no influence on the contemporary world: the war between Genoa and Venice instead has perhaps impressed the entire human civilization a precise address geopolitical and cultural forming a world that otherwise would have been profoundly and irreversibly different. Genoa had its trading posts on the coast of Asia Minor and the Black Sea, was then further east of Venice, who monopolized the Aegean and Crete in the Mediterranean, but had access to the Syrian coast, the legacy of the Crusades.

The two republics were aggressively jealous of the commercial control of their posts, although divided the opportunities offered Constantinople. With the loss of the possessions of Christians in the Middle East (1291, fall of St. John D'Acre, exclusive Venetian warehouse from the date of the battle of 1258, of course, fought against the same Genoese) became vital to the Venetians in Genoa subtract its happy positions on Black Sea, but the battle of Ayas, Adana (1294) saw a serious defeat Venetian.

La Serenissima could not, however, desist from seeking its new route to the east, the most exclusive of Constantinople, reset the fleet but was again defeated (Battle of Korcula, 1298). Both sides had to suffer damage to businesses and in danger of weakening the eastern colonies, in the face of battles that are not revealed decisive: why they accepted the peace proposal by Marco Visconti, Lord of Milan (1299).

The peace lasted for a century, but in the meantime resulted in appropriate trade agreements, so the tension of war remained alive even during the period of truce. Finally, in 1378, the conflict flared up again with the war of Chioggia, taken by the Genoese along with other areas of the lagoon; the reaction of Venice brought her success and the recapture of Chioggia, obtained thanks to artillery, used for the first time in Italy (of course the use of siege guns made a great impression and was quickly imitated).

The defeat of Genoa would not have to be definitive, as they had been earlier ones of Venice; Instead Genoa never recovered from the defeat, mainly because of internal political disputes. Genoa suffered the struggles for power between the noble houses of Doria, Guarco, Spinola, Fieschi, Fregoso, Montaldo, Adorno, Grimaldi, to mention those that divided the city power; Moreover these families were further divided between Guelph and Ghibelline factions. Ultimately, Genoa abandoned the trade routes with the East with no hope of recovery, given the successor conditions of awe before against Milan and then the French crown.

Christopher Columbus breathed at birth, in 1451, the Genoese frustration over losing a business empire and hatred of Venice that while fighting against the Ottomans, dominated the Adriatic, the Aegean and was now the most powerful force in the merchant East. Colombo regretted because, if only the destiny of Genoa had been different, could have dreamed glory and wealth in trade with the East: these were now closed to Genoa, like anyone else in the West that, for the "fault" of Venice , its maritime activities should be limited to the barbaric British shores.

The man was of considerable ambitions, supported by a strong courage bordering on recklessness and a tenacity that was able to force the course of history: he proposed nothing less than to create the conditions that would lead to new trade routes with the ' East, even at the cost to move from the West ...! So now only Venice could be defeated, and supplanted relegated lagoon thing that actually Colombo managed to obtain, even if only because of the greater, indeed frightening profitability that ocean routes were able to ensure compliance with the Oriental trade: it is the moment you shifts the center of gravity of the political and economic world.

Hence the defeat suffered by Genoa against the Venetians, story that looks good only for the celebration of the glorious memories citizens and historic regattas, appears to be the moment when the whole world (thanks to the obsession of a single individual!) Receives a address unexpected and irrevocable. The tenacity of Columbus withstands numerous unsuccessful attempts (the meeting with the Duke Medina Sidonia, with the Duke of Medinaceli and the subsequent first meeting, negative, with Queen Isabella of Castile, the attempts at the monarchs of England and France to the second and decisive meeting with the Queen Isabella).

And 'practically an obsession, in which Columbus is dedicating his seven years in Castile waiting to receive the necessary funding, in addition to years of project development, study (relative) of nautical charts and finally preparing to travel; nessun'ostacolo seems to stop him, not even the absolute inadequacy of available information: his trip lasted 70 days, but only because rebounded nell'imprevisto continent, because in Cathay would never come because he had to travel a distance triple; we would have had just another visionary who sacrifices his life to his delirium.

Let us dwell on the scope so huge that the defeat of Genoa against Venice had for the future world; it seems clear that Columbus reached the New World for the event and have absolutely no scientific knowledge and cartographic necessary: ​​obviously has forced the timing of the story, since no one in Europe was technically able to plan sensibly that undertaking. The new continent but in any case should have been discovered, but not by the Spaniards; Isabella of Castile resolves to finance Columbus for a particular credit that recognized his mad project but for the intercession of Juan Perez, his personal confessor, and Bishop Alexander Geraldini, another confessor of Isabella, men who had the power to influence decisions queen with arguments mystical than scientific or economic ...

WHO would have won then the riches of the new world, who would have had the opportunity to populate the new continent at the expense of the natives, taking advantage of the enormous wealth of profit, to reach an undisputed primacy military and economic (and cultural, should not be overlooked) on the world whole? Europe is emerging from a serious economic crisis and cultural; since the fall of the Roman Empire, during the eight hundred years after he had known only the regression caused by the military dominance of the nations born from the barbarian invasions: no more aqueducts or sewers or drainage or libraries: the entire classical culture seemed lost, at least until the withdrawal Almohad from Seville and the rest of Andalusia (1248) and then by the Umayyad kingdom of Granada, the last territory conquered by the Spanish (1491).

It 'just that these dates must be traced back to the first germ of what will be called the Renaissance of European culture: Arab libraries in Seville and Granada proved precious treasure and a must for scholars from all over Europe; were found the classics of Greek philosophy that were believed lost, as well as studies of astronomy, mathematics, geometry that contained the knowledge of the ancient Greeks but also scientific texts Arabs, both in substantial discoveries of Muslims in their translations of oriental sciences. Here then is a clear indication of what might be likely candidates for the discovery of 'America ...? Or rather dell'Alhambria ...

The Arab sailors seemed to be from all points of view in advantage: possess knowledge of astronomy, mathematics, geometry, mapping and a knowledge that only in those years the scholars of Europe were rediscovering (and it would be past time for these knowledge entered into the culture "collective" and in the European courts); but on the whole it is significant advantage of the Arabs in their geographical explorations: European merchants traveling along more willingly journeys of land, in the footsteps of Marco Polo, or were content to receive the goods in their coastal stations on the Black Sea or on the Syrian coast; in the same years the Arab sailors were fundamental experiences in the Indian Ocean: exemplary history diAhmad ibn Majid ibn Muhammad al-Sa'di al-Jaddi al-Najdi, in Arabic: احمد بن ماجد محمد السعدي الجدي

Born in Yemen around 1420, he sailed across the Indian Ocean (Ceylon, Sumatra, Madagascar); was a talented astronomer and we have received his descriptions of different navigation tools, such as the magnetic compass, invented by the Chinese and brought to Europe by the Arabs and precisely by Amalfi, but above all he was a key component of the expedition of Vasco De Gama in India (1492), what course misunderstood in the West (it was the nationalist pride of the discovery, on board knew him as Malemo Canaqua, from the Arabic "Kanaka" indicating astrology maritime, and this tells us about the importance aboard Ahmad ibn Majid).

He intended to help each time the shipment, without revealing his knowledge in toto: among other things, would have avoided the sinking feeling Vasco de Gama of strong currents near the coast of India. The sailors instead would be able to make him reveal his knowledge of the region "and encouraged" with the use of alcohol.

Determined that the Arabs were in possession of information about the art of the best surf, observing the stars and the plot maps, shows that it was only the obsession of Columbus, which we liked to imagine as dictated by hatred and feeling of recourse against Venice, which allowed the subsequent expeditions to the navigators of Spain and Portugal to cross the Atlantic Ocean with the necessary knowledge about the timing and navigation mode. If Not? Easy to imagine that for you to discover ... "Americas", but who knows how it would be called, would be the Arabs. Better? Worse Off?

It makes little sense to discuss it: today we have a democracy in a Muslim capital equivalent to Washington and fundamentalist Christian besieged enclave in the hills around Tübingen ... and in any case would lack any rebuttal, but there is no doubt that the world would be a very different.

Ah, in all this, however, the discovery of America marked the end of the trading power of Venice; the Mediterranean for 2,000 years after being the center of civilization became a lake from internal trades, against the immensity of the oceans: the revenge of Columbus was accomplished!
Nicola Lembo

UNIVERSI PARALLELI SECONDO LA TEORIA DELLE STRINGHE

Universi paralleli, sliding doors e la consolazione di sapere che un nostro alter ego, invece di cascare dalle scale, vince la lotteria.
Le ipotesi sull’esistenza di universi paralleli sembrerebbero materia da fantascienza, ma gli scenari aperti dalla fisica quantistica e dalla teoria delle stringhe spiazzano la presunzione di aver compreso e definito una volta per tutte il mondo fisico, a cominciare da quella che definiremmo solidissima materia: anche il più solido oggetto che possiamo toccare é costituito essenzialmente da spazio vuoto; immaginando un atomo delle dimensioni di una stanza, il nucleo al centro avrebbe le dimensioni di un granello di sabbia. Gli elettroni che ne descrivono i confini sono ancora più piccoli; é vero che se picchiamo contro una lastra di qualunque materiale solido non riusciamo ad attraversarla, ma ciò solo in virtù delle potenti forze elettrostatiche che si esercitano fra gli atomi e che, loro si, formano la resistente tramatura della “materia”.
E non basta: anche le particelle subatomiche hanno proprietà corpuscolari solo nella rilevazione dei nostri sensi (o dei nostri strumenti di indagine, che non sono altro che estensioni sensoriali che devono necessariamente rapportarsi alle nostre capacità di percezione): elettroni, protoni, neutroni sono formati da quark i quali, così come le altre particelle subatomiche, hanno anch’essi una corporeità apparente.

La teoria delle stringhe, ma per alcuni aspetti anche le riflessioni che si possono fare in seguito a esperienze più datate ed assimilate, come il principio di indeterminazione di Heisenberg (sull’impossibilità di rilevare sia posizione che velocità in un dato momento di una particella come l’elettrone, come a negarne l’essenza corpuscolare nonostante le nostre percezioni sensoriali o strumentali) prevede che i costituenti fondamentali di quelli che le rilevazioni fisiche indicano come corpuscoli siano delle “stringhe” di energia, cioè corde vibranti chiuse ad anello che in base al tipo di vibrazione determinano le caratteristiche elettrostatiche e di massa dei costituenti subatomici; solo energia quindi, in tutto ciò che noi, coi nostri sensi grossolani, percepiamo come materia (e da qui le grossolane teorie sulla realtà come illusione).

Le dimensioni delle stringhe sono estremamente ridotte: se un atomo avesse le dimensioni dell’universo conosciuto, una stringa sarebbe grande quanto un albero. Questa basilare forma di energia ha la caratteristica fondamentale di vibrare in direzioni e con modalità diverse, conferendo così le caratteristiche peculiari a corpuscoli e fotoni; i calcoli matematici alla base della teoria relativamente alle diverse posizioni (quantiche) di oscillazione hanno fatto ricavare 10 dimensioni spaziali possibili (più una dimensione temporale, inscindibile dal concetto di spazio da Einstein in poi).
Il nostro universo è a quattro dimensioni, tre spaziali (avanti-indietro; destra-sinistra; su-giu) ed una temporale (prima-dopo): dove sono le altre sette?
Sono arrotolate in forma microscopica, avvolte dalle stringhe la cui energia, di considerevole entità, impedisce che si svolgano; questa realtà multidimensionale può essere facilmente immaginata se consideriamo la struttura di un tappeto: osservato a distanza mostrerà le tre dimensioni macroscopiche, ma visto da vicino risulterà intessuto di numerose fibre, quindi procedendo in direzione su-giù attraverso il tappeto vediamo ulteriori dimensioni spaziali, quelle arrotolate dei fili che compongono la tramatura. Allora per stabilire la posizione sul\nel tappeto occorrono le 3 dimensioni spaziali macroscopiche: la dimensione temporale (il quando) ed altre dimensioni, relative alla posizione lungo il percorso circolare dei fili che compongono la tramatura; ecco il modo in cui, oltre alle tre dimensioni spaziali estese, possiamo avere le altre più piccole arrotolate.
Al momento del big bang tutte le 10 dimensioni spaziali erano circolari, di dimensioni ultramicroscopiche (analoghe a quelle delle stringhe) ed erano avvolte dalle stringhe che ne impedivano l’espansione (la tutela delle stringhe si manifesta ancora nel nostro universo per quello che riguarda le 7 dimensioni rimaste compattate).
Per le fortissime energie liberate negli istanti successivi al big bang le strutture stringa-dimensioni arrotolate (strutture di Calabi-Yau) hanno subito frenetiche trasformazioni, strappi e ricuciture che hanno portato alla liberazione delle tre dimensioni macroscopiche.

Dal nostro punto di osservazione (e di esistenza) si sono liberate solo tre dimensioni, quelle rivelatesi capaci di ospitare atomi e molecole, stelle e pianeti; in realtà date 10 dimensioni spaziali ognuna ha avuto la possibilità di subire lo sconvolgimento energetico che ne ha portato allo srotolamento. Ma noi viviamo nell’universo caratterizzato da queste tre dimensioni spaziali in cui siamo imprigionati: i sistemi monodimensionali (un filo immateriale percorso da stringhe energetiche), o bidimensionali (una membrana priva di spessore) ed ancora di più i sistemi a 4-5 o più dimensioni sono impercepibili coi nostri sensi, ed obbediscono a leggi fisiche diverse che ne impediscono le interazioni col nostro universo. Questi universi paralleli occuperebbero il nostro stesso “dove” ma avrebbero creato un loro spazio specifico (lo spazio esiste in quanto occupato dalla materia e rimarrebbe quindi appannaggio esclusivo di ciascun sistema di dimensioni o “universo parallelo”): la relazione fra loro é costituita solo dalla forza di gravità, che tiene insieme nello stesso “dove” tali universi paralleli ed é l’unica forza che si esercita fra essi, l’unica possibilità di interazione: negli urti provocati negli acceleratori di particelle si cerca, fra l’altro, il verificarsi della scomparsa di energia, il che sarebbe indice del passaggio di un gravitone in un universo parallelo; inoltre si ritengono i buchi neri, per le loro condizioni estreme di gravità e di curvatura spazio-temporale, un possibile punto di unione ed un ipotetico passaggio fra gli universi.

Questo scenario esclude quindi altre possibilità di interazione fra gli universi nati dallo stesso big bang, oltre alla gravità: di sicuro é impossibile la formazione della materia come la conosciamo nelle strutture ad una o due dimensioni srotolate, mentre gli universi a più di tre dimensioni macroscopiche ci riesce difficile anche immaginarli: dimentichiamo omini verdi e dischi volanti, che se c’é formazione di materia e forme di vita in questi universi esse ci apparirebbero come un delirio a metà strada fra Picasso e gallerie di specchi opposti; non solo: giacchè il tempo é funzione dello spazio, sono inimmaginabili anche le direzioni temporali in questi universi. Oltre alla direzione prima-dopo dovremmo avere strutture temporali circolari, ripiegate (anche più che nel nostro universo, dove pure c’é la curvatura spazio-tempo dimostrata da Einstein ed attribuita all’attrazione gravitazionale). Percorsi andata e ritorno e direzioni dopo-prima, intersecazioni ed incroci al punto che la vicenda di Benjamin Button al confronto sarebbe piuttosto banale.

Il nostro é l’unico universo a 3 dimensioni?
Probabilmente no, in quanto potremmo averne un numero pari alle combinazioni delle dieci dimensioni e potrebbero essere piuttosto simili,ma il big bang rimarrebbe l’unico momento di “vita in comune” fra loro: non é questo quindi lo scenario che ci fa immaginare il nostro alter ego che vince l’oscar come attore protagonista; il contatto fra universi paralleli sarebbe limitato al punto di origine anche in un’altra ipotesi, quella secondo cui il numero di universi potrebbe essere sterminato perché il fenomeno del big bang potrebbe essere originato dall’urto di macroscopiche strutture membranose che si ripeterebbe con una certa frequenza, causando il distacco da esse di schegge, polvere di energia, stringhe la cui aggregazione produce le dimensioni spaziali di cui prima: avremmo innumerevoli altri universi, anche a 3 dimensioni, ma a distanze incommensurabilmente enormi l’uno dall’altro, ben maggiori delle dimensioni di un singolo universo: in questo caso avremmo ancora meno relazioni fra universi, neanche il legame gravitazionale e la condivisione del “dove”.

E gli universi paralleli della fantascienza, allora, quelli dove invece di cascare dalle scale vinciamo la lotteria, sono davvero improponibili?
La teoria delle stringhe ci consente quei voli di fantasia in cui ogni nostra decisione dà origine ad una “sliding door” che si affaccia sull’universo in cui si sviluppa il futuro previsto dall’alternativa alla decisione presa, con l’appoggio del principio di indeterminazione di Heisenberg e della fisica quantistica, che prevedono come potenzialmente reale ogni alternativa possibile fino a che l’osservatore non fissa la realtà con la sua osservazione, anche quando l’osservazione é successiva all’evento (si veda l’esperimento del passaggio dei fotoni attraverso l’una o l’altra delle due feritoie di una maschera, col fotone che attraversa immancabilmente la feritoia che stiamo osservando: anche quando si effettua la rilevazione a valle della maschera, DOPO CHE IL FOTONE E’ PASSATO, siamo in grado di “decidere” da quale feritoia il fotone é passato, come se gli eventi si verificassero entrambi, ma solo la nostra osservazione evidenziasse il futuro del fotone): ne consegue che si realizza tutto il ventaglio di ipotesi possibili: anche se noi osserveremo solo l’universo conseguente all’osservazione compiuta, si concretizzerebbero anche le realtà che non abbiamo osservato.

Per la corsa parallela degli universi occorrono degli strappi nella struttura spazio-tempo, é necessario cioé che le vibrazioni delle stringhe che generano gli eventi nel nostro universo possano manifestarsi anche negli altri; lo strappo spazio-temporale é un’eventualità negata da ogni teoria fisica: una lacerazione dello spazio scatenerebbe cataclismi apocalittici per la necessaria riorganizzazione della materia; eppure una lacerazione dello spazio, e del tempo, esiste,se continuiamo la valutazione delle caratteristiche dell’universo in base alla teoria delle stringhe: essendo queste la forma fisica più piccola esistente, al suo centro ogni stringa circolare deve contenere una microscopica lacerazione dello spazio, protetta dalla tensione della stringa che ne impedisce l’espansione: abbiamo così una finestra attraverso la quale le oscillazioni delle stringhe possono manifestarsi attraverso il vuoto; tale attività si può supporre che produca conseguenze anche in spazi diversi da quello nel quale noi percepiamo la “materia” prodotta nelle sue manifestazioni fisiche dalle oscillazioni delle stringhe nel nostro universo.

Le differenze nell’evoluzione storica fra gli universi comportano necessariamente che le posizioni dei corpi non coincidano più (un individuo va alla partita, l’alter ego preferisce il cinema) ma rimangono generate dalle stesse stringhe: paradosso non insuperabile ricordando l’esperimento di Aspect (1982): facendo emettere due fotoni correlati (nati contemporaneamente) da un atomo di calcio, e diretti in direzioni opposte, sulla traiettoria del primo viene interposto un prisma capace di deviarne la direzione; l’altro fotone, distante nello spazio e diretto agli antipodi, subirà istantaneamente, nello stesso momento, una deviazione dello stesso angolo del primo fotone, con una corrispondenza, fra l’altro, che avviene ad una velocità superiore a quella della luce..

Ecco, in questo scenario finalmente é possibile teorizzare gli universi paralleli immaginati dalla fantascienza: compenetrati uno nell’altro, in quantità elevata ed indefinita, tenuti insieme solo dalla forza di gravità ma senza altra possibilità di contatto (per ora?) e che rappresentano un ampio ventaglio di possibili alternative storiche al nostro.
Nicola Lembo

domenica 25 aprile 2010

L'alimentazione per chi e' affetto da psoriasi \ The diet for those who are psoriasis

La medicina in genere non pone molta attenzione all'alimentazione per contrastare la psoriasi,anzi si affida a farmaci piuttosto potenti,come i cortisonici o altri immunosoppressori e probabilmente si ritiene,in fase clinica,che la cura dell'alimentazione sia trascurabile in confronto all'azione energica dei farmaci.
Chi combatte con la psoriasi pero' non soffre solo le fasi acute,trattate farmacologicamente,ma anche periodi,come quello estivo,in cui il problema e' meno intenso,la terapia farmacologica piu' lieve, ed e' portato ad immaginare una strategia che attenui la ripresa dei sintomi: la speranza e' che ci si riesca curando l'alimentazione.
Le teorie reperibili a tal proposito una volta tanto sono univoche e danno indicazioni omogenee:

- Si ritiene fondamentale mantenere l'alcalinita' del sangue perche' si osserva che la psoriasi comporta acidita': i cibi a reazione alcalina sono frutta e verdura; un integratore alcalinizzante e' la lecitina di soia.

- E importante l'assunzione di almeno 2 litri di acqua al giorno per idratare la pelle

- E' utile che l'alimentazione presenti abbondanza di acidi grassi polinsaturi,come gli omega 3 (contenuti nel pesce) e gli omega 9 (nell'olio di oliva),essenziali per mantenere la fluidita' delle membrane cellulari,anche della cute e dei capillari sanguigni.

- L'assunzione di verdure e' utile anche per l'apporto in fibre, che migliorano il transito intestinale, per facilitare l'allontanamento delle tossine prodotte dai processi metabolici, le quali altrimenti, se ristagnano nell'intestino,possono essere riassorbite e tornare in circolo.

Fra i vegetali pero' vanno evitate le solanacee,in particolare melanzane,pomodori crudi,peperoni e peperoncino,anche cotti;
peggioramneti dei sintomi vengono messi in relazione anche con l'assunzione di formaggi stagionati,maiale,insaccati.
Vanno evitati gli alimenti il cui catabolismo produce acidi:
- Aceto
- Mosto e vino,
- Caffè
- Cioccolata,
- miele

Parimenti bisogna limitare sali ed alcolici.

Quindi,in sintesi,per la Psoriasi è utile una dieta vegetariana, povera di poteine animali, ricca di frutta
e verdura,con pochi grassi e con un alto contenuto di fibre.

Nicola Lembo
The medicine usually does not put much attention to food to counter psoriasis, indeed relies on drugs rather powerful, such as corticosteroids or other immunosuppressive agents and probably believes, clinical stage, that the care supply is negligible in comparison to 'energetic action of the drugs.
Who fights with psoriasis but 'not only suffers acute phases, treated pharmacologically, but also periods, such as summer, in which the problem and' less intense drug therapy more 'mild, and it' led to imagine a strategy that attenuate the symptoms recur: the hope and 'you'd be able curing power.
Theories available in this regard for once are unique and provides guidelines homogeneous:

- It is considered essential to maintain the alkalinity 'blood' cause it is observed that psoriasis involves acidity ': alkaline reaction foods are fruits and vegetables; an integrator and alkalizing 'soy lecithin.

- It is important intake of at least 2 liters of water a day to hydrate the skin

- E 'useful that the power present abundance of polyunsaturated fatty acids, such as omega 3 (contained in fish) and omega 9 (in olive oil), essential for maintaining the fluidity' of cell membranes, including the skin and of blood capillaries.

- The intake of vegetables and 'useful also for the contribution in fiber, which improves intestinal transit, to facilitate the removal of toxins produced by metabolic processes, which otherwise, if stagnate in the gut, and can be reabsorbed back circulating.

Among the plant but 'should be avoided solanaceous, especially eggplant, raw tomatoes, peppers and chili, also cooked;
peggioramneti symptoms are correlated with the intake of cheese, pork, sausages.
Should be avoided foods whose catabolism produces acids:
- Vinegar
- Must and wine,
- Coffee
- Chocolate,
- Honey

One must also limit salt and alcohol.

So in summary, for Psoriasis is useful on a vegetarian diet, low in poteine ​​animals, rich in fruit
and vegetable, low-fat and with a high fiber content.

Nicola Lembo